giovedì, 05 novembre 2009
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Professori allo specchio: Diario di scuola di Daniel Pennac

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[CuoreMagico] Diario di scuola è un saggio autobiografico dello scrittore francese Daniel Pennac, uscito in Francia nel 2007 e tradotto e pubblicato in Italia l’anno dopo. Il libro ha conquistato il Premio Renaudot nel 2007 tra grandi polemiche, poiché non era tra i testi selezionati per concorrere.

Pennac, che ha svolto il mestiere di insegnante per quasi trent’anni, ci lascia riflessioni e testimonianze molto interessanti. Tanto più interessanti poiché il punto di vista è quello di un professore che, a suo tempo, è stato un cosiddetto “somaro”.

Egli sa dunque meglio di chiunque altro, per la sua esperienza di studente e anche per i contatti che ha avuto con studenti difficili nella sua carriera di docente, che la scuola non è frequentata soltanto dai ragazzi più dotati e motivati: quelli sono anzi alunni “facili”, che apprendono rapidamente, contribuendo in maniera vivace e costruttiva al dialogo educativo. Accanto a questi, però, c’è la folla dei cattivi studenti, di quelli che non ce la fanno, di quelli che non provano alcun interesse per qualunque materia scolastica.

Spesso dietro il “somaro” c’è un bambino, o un ragazzo, a disagio: più lento degli altri, ad esempio, o distratto da una dolorosa vicenda personale o familiare. Lo scrittore ci invita a non dimenticare quelli come lui, anzi a recuperarli allo studio e alla società.

Il piccolo Daniel aveva una spiccata sensibilità, non era privo né di intelligenza né di interessi, era arguto; ma aveva delle difficoltà a livello cognitivo che lo rendevano più lento degli altri nell’apprendimento. L’autore descrive in maniera molto efficace, e dolente, il bisogno di benevolenza e la solitudine e la vergogna di chi si sente perso «in un mondo in cui gli altri capiscono».

Diario di scuola trasmette un messaggio di amore e di fiducia: di amore verso gli studenti e di fiducia verso la scuola. Lo scrittore ripete più di una volta che a salvarlo e a fare di lui un buon professore sono stati alcuni insegnanti innamorati del loro lavoro.

Il libro si compone di una serie di riflessioni e aneddoti, più o meno estesi, raggruppati intorno ad alcuni temi che sono riassunti dai titoli delle parti in cui l'opera è suddivisa.

Non credo che sia un testo da proporre per intero ai ragazzi: è un libro piuttosto lungo e complesso e rischia, presso i giovani, di risultare noioso. Ho bazzicato per qualche sito e qualche forum e ho scoperto che diversi colleghi lo assegnano da leggere (alcuni addirittura in due settimane, come se i ragazzi non avessero altro da fare! E come se i libri non richiedessero di essere meditati!): molti ragazzi non lo leggono affatto e si limitano a ripetere riassunti e commenti “copiaincollati” dalla rete, più o meno attendibili.

Sarebbe invece utile leggerne in classe degli stralci e discuterne insieme agli studenti. I ragazzi sono i migliori giudici della scuola e degli insegnanti e da loro si può imparare molto. Soprattutto quando affermano, come ho letto in un forum, che Diario di scuola descrive un insegnante completamente diverso da quello che ha assegnato da leggere il libro.

Ognuno di noi, che svolgiamo questo mestiere, dovrebbe effettivamente porsi questa domanda: se il modello proposto da Pennac sia valido e, in caso affermativo, se siamo capaci a nostra volta di applicare il suo metodo; nel caso in cui il modello non ci convinca, come potrebbe essere corretto. Perché di certo il problema delle «rondini tramortite», il problema dei somari, non può essere eluso: farlo significa già, automaticamente, aver rinunciato al proprio ruolo.

Personalmente mi sembra di condividere molto con Pennac: il modo di concepire la grammatica, forzando ma non troppo, come chiave di lettura non solo di un testo scritto, ma, ancora più importante, di noi stessi e della realtà; il dolore e la rabbia che assalgono noi insegnanti quando ci rendiamo conto di aver tenuto una lezione senza anima; la convinzione dell’importanza del dettato, della memorizzazione, della valutazione, purché adoperati come strumenti per andare oltre, per insegnare e per imparare, per comprendere e comprendersi, per abituarsi ad una disciplina dell'intelletto; la percezione dei danni prodotti dal consumismo sfrenato, diventato anche un nuovo rifugio per i somari; il rifiuto di ghettizzare, a priori, i ragazzi difficili… Certamente dimentico qualcosa.

Il libro è istruttivo e di piacevolissima lettura. Questo almeno è il mio giudizio di insegnante innamorata del proprio mestiere e “affamata” di esperienze di colleghi che possano insegnarle qualcosa.

Non ho amato
La classe di Bégaudeau
perché mi è sembrato troppo disfattista; ho invece apprezzato molto Diario di scuola, forse proprio per quello che è un suo difetto: l’eccesso di romanticismo.

C’è bisogno di romanticismo. Il nostro mestiere ha bisogno di passione, della passione un po’ folle di chi, nonostante tutto, crede ancora che si possano conquistare i ragazzi alla curiosità, al sapere.

I successi che riscuotiamo ci restano più impressi rispetto alle sconfitte e agli errori e noi stessi tendiamo ad enfatizzarli: è umano, ed è successo, io credo, anche a Pennac.

D’altra parte sono trascorsi più di dieci anni da quando lo scrittore ha lasciato la scuola e in questo lasso di tempo, in Francia come in Italia, molto è cambiato e la situazione è complessivamente peggiorata. È sempre più difficile essere ottimisti.

Ci pensavo proprio stamattina, di fronte allo sguardo smarrito dello studente del primo banco che non riesce a comprendere concetti anche molto semplici eppure si sforza di svolgere tutti gli esercizi; oppure davanti all’incedere arrogante della studentessa dell’ultimo banco, che non mi saluta se mi incrocia in corridoio e in aula è perennemente distratta. Per l’uno occorrerebbe una programmazione didattica differenziata, per l’altra un percorso di recupero alla motivazione (e forse anche al galateo); senza trascurare gli altri loro compagni (ben 25!), ciascuno con i propri tempi di apprendimento e le proprie inclinazioni. Difficilissimo, soprattutto quando gli studenti sono così numerosi, i mezzi economici a disposizione assai scarsi, e la buona volontà del Consiglio di Classe praticamente inesistente.

Io resisto. Svolgo le mie lezioni di grammatica, cercando di abituare i ragazzi ad un certo rigore logico; leggiamo racconti e storie cercando di scoprire il genere prediletto da ciascuno; discutiamo di attualità leggendo i giornali; cerco di coltivare i migliori facendoli cimentare in prove più impegnative e tento di tenere a galla i “somari”.

Sì, ci vuole decisamente il romanticismo dei don Chisciotte per svolgere il nostro mestiere!

«Paura della grammatica? Facciamo grammatica. Poca inclinazione per la letteratura? Leggiamo! Poiché, per quanto strano vi possa sembrare, o nostri allievi, voi siete impastati delle materie che vi insegniamo. [...] siete fatti di parole, tutti quanti voi, intessuti di grammatica, tutti, pieni di discorsi, anche i più silenziosi o i meno attrezzati di vocabolario, abitati dalle vostre rappresentazioni del mondo, pieni di letteratura, insomma, ognuno di voi, ve lo assicuro».
 

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moniokSaluti
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Postato da CuoreMagico giovedì, 05 novembre 2009 ore 15:11 | Home | Permalink | commenti (2)

Commenti
#1    07 Novembre 2009 - 20:32
 
l'altro ieri ho saputo che un nostro alunno sta a casa spesso perché soffre di attacchi di panico. stiamo cercando di capire se i genitori sono disponibili al dialogo: non è così immediato... 
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#2    08 Novembre 2009 - 14:47
 
Il dialogo, soprattutto all'inizio e in presenza di problemi, può non essere facile. E in questo caso mi pare che la difficoltà del bambino (ragazzo?) sia di non poco conto.
In bocca al lupo!
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